Metro archeologica o metro per archeologi? La curiosa sorte dell’antica Via Labicana

Nell’Agosto del 2008, durante gli scavi archeologici per la realizzazione del pozzo di areazione 4.2 in via Casilina vecchia, tra le stazioni di Lodi e Pigneto, è venuto alla luce un tratto dell’antica via Labicana. Il ritrovamento, sicuramente non inaspettato, ha sorpreso soprattutto per il buono stato di conservazione (era rimasto intatto anche l’antico marciapiede al lato del basolato stradale) e per la discreta estensione di circa 15 metri lineari.

Il tutto è stato attentamente smontato e provvisoriamente delocalizzato per permettere la costruzione del pozzo, in vista di un suo riposizionamento al termine dei lavori. Addirittura ogni singola pietra è stata numerata e segnata in modo da poterla ricomporre nello stesso rapporto originario con le altre circostanti. Tutto questo ci aveva fatto sinceramente sperare, quasi convincere, che quel ritrovamento avrebbe in qualche modo valorizzato la sistemazione superficiale dell’area. Ebbene, in questi giorni abbiamo sbirciato nel cantiere e a malincuore abbiamo constatato che della Via Labicana non c’è traccia; Solo un larghissimo e lungo marciapiede. Il basolato antico?  riposizionato dov’era e rinterrato!

Il razionale di una scelta del genere sinceramente sembra proprio non esserci. Qualunque sia la motivazione o la giustificazione, non sarà mai accettabile soprattutto in una situazione come questa dove le condizioni per poter valorizzare una traccia del passato c’erano tutte. L’area di fatto sembrerà più una piazza che un marciapiede classico vista l’estensione dello stesso e quindi c’era tutto lo spazio e la possibilità di rendere leggibile il reperto archeologico e anzi si sarebbe potuto dare un tono diverso a un area urbana che ora sarà solo una semplice e comune distesa di mattonelle. Magari non ci sarà neanche un albero – siamo pronti a scommettere che non sarà possibile piantarne perchè le radici interferirebbero con i resti archeologici sottostanti, volutamente ‘tombati’ e nascosti… oltre al danno la beffa-.

Questo esempio, quantomeno controverso, dovrebbe far riflettere sulla capacità dell’archeologia di diventare concretamente un valore aggiunto. E come questo altri casi: l’auditorium di Adriano è al palo, ormai da più di sei mesi, per una ridicola querelle sulla nomina della commissione giudicatrice delle offerte sulla valorizzazione del sito, così che dopo quasi 5 anni dalla sua scoperta non è ancora fruibile da nessuno; Ad oggi non c’è la minima certezza che qualche reperto venga esposto nelle stazioni; Molte opere compensative che prevedevano importanti restauri sono state cancellate dalla stessa soprintendenza a favore di modifiche progettuali che permettono un estensione degli scavi archeologici, anche in corso d’opera, forse esagerata. Per non parlare dell’approccio divulgativo al mare di reperti e nuove informazioni che sono emerse in questi anni: non è stato assolutamente fatto nulla per rendere almeno comprensibile, al grande pubblico, quello che si è fatto, il modo in cui lo si è fatto e cosa si è trovato.

Per qualsiasi persona è difficile capire dove sia questo valore aggiunto in una infrastruttura così variamente condizionata in termini di tempi, costi e funzionalità per le necessità archeologiche quando poi di archeologia lungo il tracciato della metropolitana non rimarrà praticamente nulla. Quella grande opportunità culturale che si era prospettata e che è sfociata nella formulazione teorica del concetto di ‘metro archeologica’, oggi nella prassi sembra a tutti gli effetti solo una ‘metro per archeologi’. A loro infatti rimane confinata la conoscenza e la fruibilità degli scavi e solo la cultura specialistica di quel campo sarà arricchita dall’enorme mole di informazioni.

Quella che doveva essere una metropolitana diversa, per l’estrema peculiarità e ricchezza del patrimonio culturale attraversato e soprattutto per il nuovo approccio metodologico che si voleva dare al tormentato rapporto tra infrastruttura e archeologia, sembra invece del tutto simile alle altre due linee già esistenti, realizzate quando si scavava con poca o nessuna attenzione al sottosuolo ‘storico’.

Di fronte a un’ archeologia che sembra impantanata in una prospettiva meramente storicista e incapace di rendersi comprensibile e fruibile fino all’eccesso paradossale di rimettere sotto terra le cose che trova, noi rimaniamo un po’ perplessi. Quello che viene millantato come interesse di tutela sembra sinceramente un rituale feticista di conservazione che non ricade minimamente nell’ambito della cultura e dell’utilità collettiva.

Tutto questo, senza esagerare, ricade direttamente sulla realizzazione delle metropolitane. Il sentimento abbastanza comune di astio verso le istituzioni preposte alla tutela è evidentemente alimentato proprio dall’aspetto meramente accademico/specialistico che queste ultime spesso trasmettono e dall’obiettiva difficile comprensibilità di alcune decisioni. Questo sentire, innegabilmente rafforzato da singoli eventi come quello dell’antica via Labicana, è ampiamente diffuso anche a livello istituzionale e politico e tende a creare un forte contrapposizione da cui scaturiscono delle prese di posizione, da una parte con l’imposizione acritica e pervasiva del concetto di tutela, dall’altra nella rinuncia ad affrontare il problema, che poi sfociano nella surreale e improponibile convinzione che a Roma non si possano costruire le metropolitane o addirittura che Roma non abbia bisogno di metropolitane.